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martedì 19 febbraio 2013

2012: Ma quale crisi mondiale?!

Riporto il primo paragrafo di un articolo intitolato "Why 2012 was the best year ever", tratto dal numero di fine anno della rivista inglese The Spectator: 
"It may not feel like it, but 2012 has been the greatest year in the history of the world. That sounds like an extravagant claim, but it is borne out by evidence. Never has there been less hunger, less disease or more prosperity. The West remains in the economic doldrums, but most developing countries are charging ahead, and people are being lifted out of poverty at the fastest rate ever recorded."
Di seguito la traduzione ripresa da un articolo di Slavoj Zizek (mancano un paio di accenti circonflessi sul cognome di Slavoj ma spero che me lo perdonerete) pubblicato sull'Internazionale:
“Per quanto possa suonare strano, il 2012 è stato l’anno migliore della storia del mondo. Nella storia non ci sono mai stati meno fame, meno malattie e più benessere di oggi. L'Occidente è ancora in recessione, ma gran parte dei paesi in via di sviluppo va a gonie vele e la gente viene tirata fuori dalla miseria a una velocità senza precedenti."
L'argomento e' particolarmente complesso, ma in poche parole mi sento di consigliare a tutti noi di provare a salire sul tavolo ogni tanto, semplicemente per guardare le cose da un altro punto di vista (mi riferisco all'insegnamento dell'ottimo Robin Williams ne L'attimo fuggente)

sabato 20 agosto 2011

Gridare a squarciagola: "Viva l'Italia"

In questi giorni di relax - in compagnia del sole e del mare siciliano, della famiglia, di alcune letture ma anche di un pó di tecnologia -  ho scoperto che anni di passivo assorbimento visivo dell'orgoglio di essere americano, narrato così bene nei lungometraggi d'oltreoceano, hanno fatto breccia nel mio cuore.

Al punto che in questa stupenda Estate, esordio della mia primogenita, l'immagine di un bimbo di sei anni che con la mano destra sul cuore, al giungere di alcune note da un vicino villaggio turistico, intona l'inno di Mameli in pieno spirito di emulazione calcistica e sicuramente senza alcuna nozione sull'autore prematuramente deceduto, é per me comunque un'ennesima forte spinta - che probabilmente ricevo anche con piacere - verso un coinvolgimento maggiore sul futuro del nostro paese.

Resto distante anni luce dalle varie discussioni sull'inno, che per quanto mi riguarda  rappresenta, anche se banalmente più per abitudine che per altro, il sentimento unitario che nell'anno del centocinquantesimo anniversario  dell'unità avrebbe tratto giovamento dall'assenza di polemiche, sterili e fuori dal tempo, su vincitori e vinti o derubati.

Resto ancora, ma sempre con più difficoltà, distante dalla politica e dai suoi doni, sottratti, direttamente e senza pochi giri di parole, ai cittadini che con il loro sacrificio quotidiano indirettamente la finanziano.

E tristemente resto ancora lontano da quell'infantile spirito di emulazione di cui ho scritto prima, che tanto vorrei avere per potere gridare anche io a squarciagola ed a modo mio un Viva l'Italia senza se e senza ma.. per questo dovrò aspettare ancora un pò.

martedì 10 febbraio 2009

Invito ad abbandonare certezze per riflettere un pò

Quello che segue è un parere che ritengo valga la pena leggere perchè invita a riflessioni (in particolare modo sul concetto di "naturale") che in questi giorni mi è sembrato impossibile fare, forse a causa di una reazione politico-mediatica eccessivamente aggressiva in considerazione della delicatezza dell'argomento.

Chi lo avrebbe mai detto che avrei riportato qualcosa scritto da un'esponente della chiesa evangelica valdese.

"Non voglio fare un discorso in generale. Voglio dire come la penso io, per me e per nessun altro. E sostenere al tempo stesso che questa mia personalissima posizione, che posso articolare razionalmente, eticamente, spiritualmente e teologicamente, è universalizzabile non nel senso che deve valere per tutti, ma nel senso che l’accoglimento della mia richiesta non esclude, anzi comprende l’analogo rispetto di quella opposta. Il viceversa, purtroppo non vale. Rispettare la volontà di Giorgio Welby ed Eluana Englaro non obbliga nessun altro, mentre accogliere in etica pubblica i dettati delle gerarchie cattolico-romane obbliga Giorgio ed Eluana a morire come altri ha deciso, per di più – dico io – in nome di una astratta ideologia della vita a cui si pretende sia conferito uno status sovraordinato rispetto ad altre ideologie o visioni del mondo altrettanto rispettabili. Trattare l’altro come un fine e non come un mezzo è un criterio fondamentale di un’etica che si voglia universalistica.

Potrebbe capitare anche a me di trovarmi nella situazione di Eluana. Voglio anch’io, in piena libertà e responsabilità, per me, che siano sospese le cure che potrebbero tenermi, anche per decenni, nello stato di Eluana. Rifiuto, per me, l’interpretazione secondo cui sarei fatto morire di fame e di sete. Quel tipo di alimentazione – come spiega con pacatezza e ragionevolezza esemplari il Dottor Marino – fa parte di una serie di sofisticatissime cure, possibili solo da pochi attimi – se misuriamo il tempo sullo sfondo dell’evoluzione dello homo sapiens sapiens – grazie ad una del tutto "innaturale" tecnologia. È uno dei risultati dello sforzo umano di contrastare il corso naturale degli eventi e di combattere malattia, morte e dolore (che per me cristiano evangelico non ha alcun valore redentivo).

Proprio dicendo questo, rifiuto espressamente di attribuire all’idea di "natura" un valore etico dirimente. Ho cinquantaquattro anni e – statisticamente – ho raggiunto questa età "contro natura". In Italia, la speranza di vita alla nascita era, nel 1910, di circa 44 anni per i maschi e 46 le femmine, per poi passare, nel 1990, rispettivamente a 73 e 80 anni. Speranza di vita alla nascita vuol dire che si doveva già aver superato una prima prova naturale, il parto. Una volta nato, statisticamente, ognuno di noi avrebbe potuto esser portato via da una delle malattie "naturali" che nel frattempo abbiamo debellato con vaccini e cure. E vogliamo e speriamo di potere andare ancora più avanti, non soltanto nel senso di scoprire altre cure, ma anche di estendere a tutti gli umani i livelli "innaturali" di sopravvivenza e la qualità "innaturale" della vita che oggi sono appannaggio di una parte soltanto dei figli e delle figlie di Adamo.

Non si può parlare di morte "naturale" (che le cure palliative affretterebbero) nel caso di un malato terminale che sia giunto fino a quel punto grazie ad interventi chirurgici, cure chimiche e radiologiche e che magari avesse in precedenza sofferto di altre malattie un tempo incurabili. La "natura" avrebbe già risolto ogni problema con largo anticipo e con metodi drastici. I seri problemi che dobbiamo affrontare non sono dunque "naturali", ma legati all’interazione dell’uomo con la "natura". Non possiamo contrastare la natura con le cure mediche, per poi invocarla quando dobbiamo affrontare i nuovi interrogativi che esattamente questo contrasto ha sollevato. Né sul fronte dei problemi, né su quello delle soluzioni – e sarebbe meglio parlare di scelte – la "natura" può essere invocata come criterio sufficiente e dirimente. Comunque, non per quel che riguarda la mia vita e la mia morte.

Per me, è fondamentale un aspetto etico di cui mi sembra non si parli punto: se si tengono occupati per me, per anni e decenni, il macchinario e il personale necessari a tenermi in quella "vita", le stesse risorse sono precluse a qualcun altro che forse potrebbe poi uscire dal coma. Io non voglio che quella eventualità si presenti in nome mio. Io voglio lasciare libero quel posto, senza peraltro negare ad un altro il diritto di tenerlo occupato sine die se lo preferisce. Rivendico però la legittimità e la drammaticità etica dell’interrogativo: che fare se c’è una macchina sola e due o più persone che ne hanno bisogno? Per quanto sta a me, scelgo l’opzione di lasciare libere le cure e i macchinari messi a mia disposizione. Questo indirizzo ha come unico presupposto il parere medico che la situazione è "a viste umane", come si dice, irreversibile. Le mie e le nostre decisioni responsabili sono sempre "a viste umane". Per me io accetto, anzi richiedo, questo margine di valutazione medica e per me lo riconosco come valido sin da ora.

Vivo e dico tutto questo a testa alta, davanti a Dio e con Dio, nella libertà che mi ha donato e nella responsabilità a cui mi ha chiamato, fidandomi di lui. Lo vivo e lo dico in preghiera, nella riconoscenza per tutto ciò che mi è stato donato; e con la volontà di non idolatrare la mia vita; e nella speranza che "ciò che è mortale sia assorbito dalla vita" (2 Cor 5,4). Ritengo che in tutto questo Dio non mi respinga come un nemico della sua legge, ma mi accolga come un peccatore perdonato, cosa che del resto fa in ogni momento della mia vita. Insomma, vivo anche questo nella prospettiva della fede, che non è adesione ad un complesso di dottrine e valori, ma relazione personale con colui al quale devo la vita e la libertà. Amen.

Se dovessi trovarmi nella situazione di Eluana, credo dovrebbe bastare leggere questi pensieri – che ora pubblico in questa forma, ma che più volte ho espresso davanti ad una platea di uditori, dunque davanti a testimoni, e dunque in situazioni in cui era di palmare evidenza a tutti che esprimevo liberamente la mia volontà e che ero in pieno possesso delle mie facoltà mentali – per dirimere ogni dubbio circa la mia volontà per me. Posso capire che ci siano obiezioni di tipo giuridico a questo tipo di esternazione, e comunque non tutti hanno la fortuna di pronunciarsi di fronte ad un pubblico. Per questo è necessario che ci sia la possibilità, per tutti, se lo vogliono, di formalizzare le proprie volontà, anche in questo ambito.

È proprio questa libertà responsabile che il papa – autoproclamatosi garante e arbitro di quei diritti umani che la sua Chiesa ha avversato fino all’altro ieri, e interprete autentico della dichiarazione di cui celebriamo il sessantenario – vuole che non passi. Lo asseconda nel nostro paese una nutrita schiera bipartisan di chierichetti atei, che a Dio non credono, ma che al papa piegano se non la schiena e le ginocchia almeno la coscienza, più spesso entrambe. Speriamo vinca la libertà."


(Prof. Daniele Garrone, Facoltà Valdese di Teologia) - tratto da
qui